Numerose sono le tradizioni che hanno segnato nel tempo la vita della gente rimellese, alcune definitivamente tramontate per i cambiamenti di portata mondiale che hanno investito negli ultimi decenni in modo massiccio anche una Rimella non più isolata, altre invece, persistenti e capaci di segnare ancora oggi momenti cruciali della vita del paese anche se il numero degli abitanti sembra avere toccato il minimo storico.
La vita e la morte, due di questi cruciali momenti, sono segnalati ai rimellesi dal suono delle campane che per secoli, e prima dell'avvento dei moderni mezzi di comunicazione, ha ritmato la vita quotidiana di questo piccolo popolo. Le campane che svolgono tuttora il loro compito, furono inaugurate nel 1923. Erano state rifuse dalla ditta R. Mazzola di Valduggia per iniziativa dell'allora parroco don Severino Vasina e col concorso finanziario di tutti i Rimellesi, anche di quelli emigrati in Francia e in Svizzera.
Tralasciando i particolari relativi ai problemi di trasporto e di installazione che in un paese come Rimella erano veramente grossi (2400 Kg. di peso complessivo distribuiti rispettivamente in 800, 600, 410, 350 e 240 Kg. fra le 5 campane da trasportare a piedi dal Grondo, posto a 980 m., alla frazione Chiesa, situata a 1200, e da issare sul campanile), ci limitiamo qui ad indicare il tipo di segnale e il significato ad esso tradizionalmente attribuito. Ogni campana portava inciso il proprio nome, il peso, la tonalità, i nomi del padrino e della madrina e quello dei caduti in guerra ai quali era dedicata: questo anche per la seconda campana dell'Oratorio della frazione di S. Gottardo (149 Kg.) e quella di S. Antonio (64 Kg.) rifuse nello stesso periodo a spese dei terrieri delle due frazioni.
Attenendoci ad un documentato articolo di G. Strambo, sappiamo che KAMPANUN era il nome della campana grande che portava incisi, oltre al peso anche la tonalità (mi) e i nomi del padrino, don Severino Vasina, della madrina M. Ubezzi e la dedica ai Caduti Guerra di Libia (1911) e Prima Guerra Mondiale. Il Kampanun veniva suonato a distesa per segnalare un incendio, la scomparsa di una persona e la morte del parroco del paese. D' METTESSTLE era il nome della seconda campana dedicata a S. Gioconda e a S. Luigi. Veniva suonata per indicare il mezzogiorno con l'aggiunta di tre tocchi (bot) del Kampanun; l'inizio della Messa festiva; il segnale dell'Ave Maria al mattino e alla sera; la morte di una persona detta in tittschu agonia. In questo caso la campana viene suonata a distesa in tre riprese di 5 minuti con trenta rintocchi per ogni ripresa a cadenza molto lenta. Chiudono questo segnale i bot del Kampanun: uno per la morte di un uomo, due per quella di una donna e tre per la morte di un iscritto alla Confraternita del SS. Sacramento.
La terza campana denominata Z' NUWA viene suonata a distesa per segnalare la messa nei giorni feriali. La quarta, detta Z' TÖTA viene suonata per segnalare la morte di una persona il giorno precedente la sepoltura, dopo il segnale del mezzogiorno. Viene suonata a distesa in tre riprese di 100 rintocchi ciascuno. A richiesta della famiglia e per i rimellesi sepolti fuori dal paese può essere suonata anche la domenica successiva alla sepoltura del defunto, dopo il segnale di mezzogiorno. La più piccola delle campane, denominata Z' PASSA, viene usata esclusivamente per segnalare la morte degli iscritti alla Confraternita del SS. Sacramento.
La morte dei bimbi sino all'età scolare viene segnalata alle ore 16.00 in tre riprese con il suono della mettelste e della töta alternate. Anche il rito dell'Estrema Unzione era segnalato prima dal bot del Kampanun, poi dal suono a distesa della z' nuwa e infine dal concerto di tutte le campane. Le donne presenti nel corteo che accompagnava il sacerdote indossavano per l'occasione un velo azzurro scuro.
Il sabato e la vigilia (virabu) di ogni festa di precetto erano annunciati prima dal suono della seconda campana accompagnata dai bot del Kampanun, poi dal suono a distesa della terza campana. Segno di dolore i 33 rintocchi del Kampanun suonati alle ore 15.00 di ogni venerdì per ricordare gli anni e la morte in croce di Gesù, e i tre bot finali in ricordo delle tre ore di agonia. Anche l'inizio della messa e i momenti più significativi del rito sono segnalati in ordine successivo dalle prime tre campane. I rintocchi del Kampanun risuonano all'Elevazione. C'è anche, nella tradizione legata alle campane, lo Strambu lan che segnala la recita del S. Rosario prima del suono dell'Ave Maria. Il nome è dovuto ai signori Strambo che avevano devoluto alla chiesa un lascito per la recita del Santo Rosario a suffragio delle loro anime.
I segnali delle campane ci consegnano l'immagine di una realtà fortemente segnata da valori religiosi che si sostanziano nella saldezza di un legame fra i componenti della comunità che neppure la morte può spezzare, come testimoniano le numerose tradizioni ancora vive correlate al culto dei morti: processione al cimitero, cura delle tombe, veglie di preghiera con recite del rosario nella casa del defunto la sera precedente la sepoltura - rito al quale partecipano non solo gli abitanti della frazione del defunto ma anche quelli delle altre frazioni -, sante messe in suffragio in particolari ricorrenze. La società rimellese si propone così ancora oggi come una comunità composta dai vivi ma anche dai morti che continuano a vivere non solo nell'affetto e nel ricordo dei vivi ma ad operare concretamente, insieme con loro, e a loro protezione e aiuto. Tale azione concreta è sensibile negli effetti dei lasciti e legati in favore dei vecchi e dei membri più deboli della società, di opere finalizzate all'educazione e all'istruzione oltre che alla manutenzione e funzionalità degli oratori e delle iniziative proprie a ciascuno di essi. E' una presenza sentita anche nella tradizione, tuttora praticata, di distribuire ai partecipanti, al termine della messa in suffragio di uno o più defunti e a cura dei parenti, di generi alimentari. Una volta si trattava di pane o di sale essenziali per una comunità che viveva ai limiti della sussistenza; oggi che la vita della famiglia è diversamente impostata, si distribuiscono pacchi di zucchero, riso, pasta. Raramente ancora, e con valore simbolico, il pane. Ma il motivo di fondo è sempre quello antico: il defunto si fa presente con un dono concreto al quale corrisponde, da parte dei vivi, l'impegno della preghiera, dell'onestà della vita, e delle opere buone compiute in suffragio.
Fino ad anni abbastanza recenti erano sentite e praticate altre tradizioni, seguite oggi sempre più raramente, legate al ciclo della vita e collegate al Battesimo, al Fidanzamento e al Matrimonio e che ragioni di spazio non ci permettono qui di approfondire ma che sono ampiamente trattate nelle citate opere del professor Sibilla e nei citati articoli pubblicati su Remmalju dal dottor Remogna. Qui ci limitiamo a ricordare oltre alla tradizione dello scambio del pane che ricorre il giorno dell'Ascensione in cui i rimellesi vanno nella vicina Fobello a ricevere il pane dell'amicizia e il giorno della Pentecoste in cui sono i fobellini a venire a Rimella per ricevere un analogo dono, la festa di Santa Gioconda che si celebra ogni anno con solennità il giorno 15 di agosto. Secondo una tradizione risalente alla fine del Settecento presente nei racconti dei vecchi, sembra che la Santa stessa avesse espresso la volontà di essere venerata a Rimella. Si racconta infatti che quando la splendida urna, che aveva già contenuto le spoglie di S. Agabio e ora conteneva quelle di Santa Gioconda, portata a braccia da Varallo in su arrivò al punto dove la strada si biforca verso Fobello e verso Rimella, i portatori che in quel momento erano forellini si avviarono verso il proprio paese. Ma l'urna a quel punto divenne così pesante che non fu possibile smuoverla oltre. Ridivenne trasportabile quando fu presa la direzione verso Rimella. Ogni 25 anni è tradizione che l'urna venga portata in processione fuori dalla chiesa parrocchiale verso le frazioni della comunità. Il rito si è rinnovato nel 2001. La notte del 12 agosto, accompagnata non solo da tutti gli abitanti in loco ma anche da un gran numero di emigrati rimellesi e di turisti (si è calcolato che fossero 700 persone), l'urna portata a braccia, a turno, da 6 rimellesi, ha percorso i due chilometri di strada che collegano la frazione Chiesa con la frazione di S. Gottardo dove è rimasta esposta alla venerazione dei fedeli prima di essere riportata la sera della domenica successiva nella Parrocchiale per la solenne messa cantata e il Te Deum di ringraziamento. E' stata per Rimella un'esperienza estremamente toccante e suggestiva: la notte era limpida, il cielo trapunto da infinite luminosissime stelle, le frazioni di Prati, Sella, Villa Superiore nelle quali l'urna è sostata per le preghiere di rito sotto gli archi trionfali di fronde e fiori illuminate. Dopo le luci delle frazioni le candele accese portate dalle centinaia di persone in cammino disegnavano nella notte scura una scia luminosa fino a S. Gottardo, illuminata a sua volta e circondata dalla cerchia dei monti sui quali brillavano i falò accesi negli alpeggi. La partecipazione dei rimellesi alla festa della loro compatrona dice quanto certe tradizioni incidano ancora oggi nel cuore della gente per ringraziare la quale il parroco don Giuseppe Vanzan al termine delle funzioni ha usato la tradizionale formula di ringraziamento: Vrattus Got vàr àllu dì, Ljebuschìle, vàr welz z maischta mànglut z' dìnu(n)tìre, under und tüschun vàrt, "Iddio ti renda merito per il dono che mi hai dato e il bene vada in suffragio di tutti i tuoi defunti, soprattutto per coloro che ne hanno più bisogno, moltiplicato per cento e mille volte".
Pochi cenni alle tradizioni correlate al ciclo dell'anno come quella seguita per il carico e lo scarico degli alpeggi corrispondente, salvo spostamenti determinati da variazioni climatiche, rispettivamente al giorno di S. Giovanni (24 giugno) e a quello di S. Michele (29 settembre). I rimellesi però erano soliti far coincidere l'inizio del ciclo agrario con il giorno di S. Marco, il 25 aprile, che si solennizzava con la celebrazione di un rito religioso nella cappella omonima che esiste tuttora ed è situata appena sopra la frazione Grondo. Consuetudini antichissime regolavano i comportamenti dei rimellesi con l'avanzare della stagione buona, tutti ritmati sulle esigenze poste dall'allevamento degli animali, dalle cure richieste dai prati per la fienagione e dalla lavorazione dei pochi terreni adibiti all'agricoltura possibile in quei luoghi. Chi doveva migrare era partito, chi rimaneva si apprestava a compiere tutto quanto richiesto per il trasferimento degli animali sull'alpe con preparativi che impegnavano la gente almeno due settimane prima di S. Giovanni. Particolarmente significativa la festa pastorale che si celebrava tradizionalmente il giorno prima della ritorno dall'alpe. Era caratterizzata dall'accensione di grandi falò vicino agli alpeggi, da un clima di inusitata allegria, da canti, da balli, dalla consumazione di cibi diversi dal solito e dall'allegria dei bambini - allora numerosi negli alpeggi dove la vita, con le sue durezze, era per loro pane quotidiano - che alimentavano i fuochi con rami secchi e cespi di rododendri e quant'altro era possibile trovare in quei luoghi.
Non possiamo chiudere il sia pur breve discorso sulle tradizioni rimellesi senza citare quella del Carnevale le cui origini si perdono nella notte dei tempi ma che mantiene ancora oggi, sia pure in forme diverse, tutta la sua vitalità. Senza ricorrere a Bauen che già nel suo libro riporta fra i ricordi della gente la descrizione di una notte di Carnevale riportiamo di seguito quanto è contenuto in una delle registrazioni effettuate per l'archivio sonoro. Dice l'intervistata che nell'intervista ha preferito usare il "suo italiano", che tutti assieme "volevano divertirsi un po'. Il bisnonno raccontava che un anno, per divertirsi un po' si sono trovati tutti in piazza a Chiesa. Uno ha portato la zangola con dentro la panna, neanche da dire, e gli altri hanno messo qualcosa, dato qualcosa, hanno sbattuto, fatto la panna montata, la polenta e hanno ballato in piazza e mangiato polenta e panna - forse avevano anche due salamini - ma erano tutti insieme fuori in piazza ed erano contenti, stavano meglio di adesso, andavano più d'accordo. Adesso invece no [...] è tutto diverso". Mancano in questa descrizione particolari che troviamo invece in Bauen il quale parla di maschere: "chi si vestiva da sposo, chi da sposa, chi da diavolo", aggiungendo che il corteo si formava nella frazione più alta e, partendo da quella, scendeva di frazione in frazione fino al Grondo passando fra persone di tutte le età "un po' vecchi un po' giovani" che si assiepavano lungo il percorso. Chi non aveva altre possibilità si mascherava indossando semplicemente un sacco ma il divertimento era grande.
Oggi il Carnevale rimellese diretto da un comitato organizzatore si celebra ancora . La festa attira molte persone locali e turisti e in genere si attua con la preparazione di un cibo tipico detto paniccia. Canti musiche e danze vivacizzano l'incontro che costituisce uno dei motivi di attrazione verso il paese che ha bisogno oltre che di coraggio e di spirito di iniziativa della gente dell'apporto economico che può venire dal turismo.
Qualche cenno sul significato delle tradizioni per il rimellese di oggi. Rimangono vive soprattutto quelle legate alla nascita e alla morte. Non solo i nati (rarissimi ormai) di chi abita attualmente a Rimella, ma anche di emigrati che, per l'occasione, tornano al paese di origine, vengono battezzati nella chiesa parrocchiale con una commovente cerimonia che conserva il sapore e il fascino di antichissime usanze. Il bimbo viene portato in chiesa dalla gente, grandi e piccini, vestita con il pittoresco costume del luogo. Apre la processione la madrina che porta sul capo una culla rimellese di legno, debitamente addobbata, in cui è deposto il bimbo che viene ricevuto dal parroco sulla porta della chiesa. Con la cerimonia che segue, un nuovo cristiano viene a far parte della comunità rimellese; seguono i festeggiamenti di genitori, parenti e amici.
Il culto, molto sentito, dei morti si esprime sia nella veglia funebre in casa del defunto, dove si radunano gli abitanti del paese per a recita del Santo Rosario; sia nella partecipazione alle esequie; sia nella cura delle singole tombe al cimitero, che è sempre fiorito; sia nelle processioni al Campo Santo che il parroco guida in certe occasioni, così come nell'uso, ancora frequente, di far seguire alla S. Messa in suffragio del defunto, una distribuzione di sale o zucchero o pane o pasta agli intervenuti. Alle volte, alla fine della veglia del Rosario, in tempi passati si distribuiva una monetina.
Altra tradizione degna di nota è l'"Incanto" che ha luogo dopo la Messa in occasione della festa del Santo cui è dedicata la Chiesa o l'Oratorio. Consiste nella vendita all'asta delle offerte in natura portate dai fedeli; Il ricavato va in beneficio della Chiesa o dell'Oratorio dove la festa viene celebrata. Ogni frazione, ma anche ogni alpeggio, ha la sua festa che richiama la gente delle altre frazioni, ma anche un buon numero di turisti e di rimellesi migrati in pianura o all'estero. Ciò significa che persiste vivo nella gente l'attaccamento ai propri luoghi e alle proprie tradizioni. Anche la festa del pane (Ascensione) è molto sentita. Importantissime le celebrazioni del 15 agosto in cui coincidono la festa dell'Assunzione e quella di Santa Gioconda, Patrona del paese. Va ancora ricordata la solenne processione con cui ogni 25 anni le reliquie di Santa Gioconda, conservate dentro un'arca di vetro, vengono portate, di notte, a lume di centinaia di candele, dalla Chiesa parrocchiale alla frazione di S Gottardo e riportata alla parrocchiale la notte successiva.
Altre tradizioni sono legate ai ritmi dell'allevamento del bestiame, ma oggi la pastorizia è in crisi, non se ne vede il futuro e sono solo le donne a sostenerne il peso. Sono ancora solo tre le famiglie che hanno nuclei consistenti di bestiame - distribuito in tre alpeggi - e alle quali altri affida i pochi animali che possiede.
Tradizioni che hanno ancora il potere di attirare, per un momento di festa, rimellesi, oriundi e turisti sono la festa del Carnevale (è di rito preparare la paniccia) e la festa degli Alpini.
Consistente è la partecipazione dei rimellesi alle Walsertreffen in cui si distinguono anche i giovani che, nel preparare in modo originale la presentazione del gruppo alla manifestazione, mettono in atto tutta la loro inventività e il loro impegno.