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Walser di Rimella

Storia della Comunità

Non si può parlare della storia di Rimella senza citare gli studiosi che per primi hanno contribuito a discutere e anche ad illuminarne momenti significativi. Mi riferisco al canonico Michele Manio (1865-1924), al prof. Luigi Rinoldi (1867-1955), ambedue rimellesi, e al linguista svizzero prof. Marco Bauen (1925-1993).
Il canonico Manio ha pubblicato nel 1905 Parole lette in occasione della solenne distribuzione dei premi agli alunni delle scuole comunali di Rimella il 29 settembre 1905. La piccola pubblicazione, un opuscolo di appena 35 pagine fittamente stampate, costituisce un punto di riferimento più volte citato dagli studiosi, perché nelle Annotazioni e nell'Appendice aggiunte al testo, fornisce una vera e propria messe di notizie storiche sui rimellesi ricavate, come l'autore ci informa, dalla consultazione dei Registri parrocchiali "quelli almeno che ebbero la fortuna di sfuggire all'incendio che distrusse verso la fine del XVII secolo l'Archivio parrocchiale stesso", dalle memorie del Prevosto Cusa [...], da documenti conservati sia presso l'Archivio provinciale sia presso l'Archivio della Curia di Novara oltre che da fonti orali e dalla tradizione..."8. Fra le Annotazioni è rilevante l'affermazione che l'idioma parlato a Rimella "è indizio certo che essa deve la sua origine a popoli di razza teutonica [...] venuti dalla Svizzera e, propriamente dal Canton Vallese, la cui discesa nella Val Sesia non risalirebbe molto avanti il XIII o XII secolo"9, così come il rilievo che la mancanza di documenti anteriori al sec. XVI non permetteva all'autore una esaustiva compilazione degli elenchi di tutti i rimellesi appartenenti allo stato religioso e alle civili professioni se non a partire dal XVII secolo10. Rilievo che, in qualche modo, concorda con l'esigenza, oggi chiara, della necessità di un lavoro interdisciplinare "per approfondire ed estendere capillarmente le ricerche in tanti campi oggi poco o nulla dissodati, su aspetti e momenti della presenza Walser a Rimella [...], soprattutto per fare opera di sutura fra le origini dugentesche e i primi sviluppi trecenteschi di questa colonia, e la meglio conosciuta vicenda dei rimellesi dall'età napoleonica fino ai giorni nostri"11.
Nell'opuscolo del can. Manio il nome di ciascun rimellese citato è corredato da concise note biografiche che gettano luce su molti aspetti della vita e società rimellese dal 1528 al 1900.
Il professor Luigi Rinoldi ha scritto una Storia di Rimella, manoscritto datato 27 marzo 1943. Il lavoro di Rinoldi, a parte la citazione dell'Art.55 degli Statuti valsesiani, si basa su considerazioni di carattere linguistico, tradizioni orali, ricordi personali ed esperienze vissute, ma rappresenta pur sempre un contributo cospicuo alla storia di Rimella12.
Marco Bauen ha pubblicato nel 1978 Sprachgemischter Mundartausdruck in Rimella (Valsesia, Piemont), uscito in traduzione italiana nel 1999, "la prima opera di impianto scientifico moderno dedicata ai colonizzatori Walser rimellesi [...] che sarebbe diventata punto di riferimento indispensabile per i successivi contributi di approfondimento e/o di divulgazione dello stesso Autore sempre in ambito linguistico e di altri studiosi in settori disparati della cultura storica e delle tradizioni popolari rimellesi"13. Libro fondamentale, questo, per Rimella, nato dall'incarico dato a Bauen dal professor Zinsli dell'Università di Berna, per una monografia sulla situazione linguistica di Rimella in cui la sintassi tedesco-rimellese doveva costituire il tema più importante14. Monografia che si è concretata nel qui citato libro, opera giudicata dallo studioso E. Rizzi unica nel suo genere sia perché "era stata scelta Rimella, antichissima comunità Walser, isolata fra le montagne della Valsesia come campo di ricerca o meglio, come straordinario laboratorio linguistico" sia anche per il fatto non trascurabile che l'autore, oltre a conoscere perfettamente le due lingue in contrasto, aveva imparato a parlare il rimellese. Così ancora E. Rizzi nel commosso ricordo di Bauen premesso all'edizione italiana del libro, dove aggiungeva che Bauen in 10 anni di lavoro e prima che il massiccio spopolamento dissanguasse la comunità, raccolse copiose testimonianze dalla viva voce dei rimellesi nati nel XIX secolo, riuscendo a ritrovare brani preziosissimi di dialetto scritto15.
Pur avendo Bauen dedicato il suo lavoro prevalentemente all'analisi scientifica della lingua e al relativo dibattito critico, nell'ultima parte ci propone una serie di informazioni di carattere storico cronologicamente ordinate e distinte in dettagli non datati e presi dalla tradizione prevalentemente orale; dettagli certi e indicazioni attendibili, aspetti geografico-storico-folkloristici, includendo fra le indicazioni attendibili anche l'ipotesi che Rimella sarebbe stata abitata dai Walser prima del 1300, ipotesi molto vicina alla verità storica e solo più tardi accertata dalla scoperta di documenti che Bauen non conosceva ancora ma dei quali sospettava l'esistenza, indicando anche i luoghi nei quali dovevano trovarsi.
Ai sopra citati lavori altri si accompagneranno o seguiranno. Fra questi vanno segnalati gli studi condotti in prospettiva antropologica e di alto valore scientifico del prof. P. Sibilla: Una comunità Walser delle Alpi. Strutture tradizionali e processi culturali, Firenze, Olschki 1980, e I luoghi della memoria. Cultura e vita quotidiana nelle testimonianze del contadino valsesiano G. B. Filippa (1778-1838), S. Giovanni in Persicelo (Bo), Fondazione Arch. Enrico Monti, 1985; ma anche gli articoli rigorosamente documentati pubblicati sulle riviste Lo Strona, De Valle Sicida, periodico annuale della Società Valsesiani di Cultura pubblicato a Borgosesia (No), sulla rivista del Centro Studi Walser di Rimella Remmalju, e il già citato il fascicolo Per una storia di Rimella.
Ma chi erano questi Walser rimellesi? Da dove venivano? Già negli autori citati troviamo che nell'aspro e selvaggio territorio di una valle laterale del Mastallone si era stanziato proveniente dalla Svizzera un piccolo gruppo, divenuto sempre più consistente, di quei contadini pastori di stirpe e lingua tedesca che, nel quadro delle profonde trasformazioni economico-politico-sociali e religiose verificatisi in Europa intorno al Mille, colonizzato il Vallese, avevano dovuto migrare superando il crinale alpino. Che fossero Alemanni era già sicuro per Rinoldi il quale, sfatata la leggenda che si trattasse di gruppi dispersi di guerrieri Cimbri e Teutoni sconfitti da Caio Mario, ricavava quel dato da considerazioni prevalentemente linguistiche (nel Tittschu non esistevano termini che si riferissero ad armi belliche), ma anche dal riferimento, come aveva già fatto Manio e faranno altri, all'art. 55 degli Statuti valsesiani che imponeva a questi "Svizzeri alemanni l'obbligo di prestare giuramento ad ogni nuova potestà e, in caso contrario, "di dover tosto ripartire dalla valle stessa".
Più complessa invece la questione delle motivazioni che hanno spinto i vallesani ad emigrare, della data del loro primo insediamento nella piccole valli dell'Enderwasser e del Landwasser e quella delle direttrici di penetrazione dei nuovi territori. Per quanto riguarda le motivazioni, oggi la critica storica più aggiornata propende per quelle di natura economica, lo sfruttamento cioè e la valorizzazione in aree periferiche di alta quota dei grandi patrimoni ecclesiastici e laici, nel nostro caso il Capitolo dei Canonici di S. Giulio d'Orta, il monastero benedettino di S. Graciniano di Arona, i conti di Biandrate che possedevano, e certamente si contendevano, alpeggi nel territorio di Rimella, già sfruttati precedentemente come pascolo e abitati solo nel periodo estivo.
Per la data dell'insediamento e le direttrici dell'immigrazione va detto che già Manio, Rinoldi e Bauen se ne erano occupati, ma nulla si è potuto affermare con certezza finché, in tempi più recenti "una circostanza fortunata ha consentito di portare alla luce alcune preziose pergamene sulla fondazione di Rimella provenienti dall'Archivio del Capitolo di S Giulio, documenti che fanno di Rimella la più documentata fra le colonie walser"16. A Bosco Gurin è stato scoperto recentemente un documento di qualche anno più antico, ma questo nulla toglie al fatto che oggi siamo in grado di far risalire con certezza la fondazione di Rimella al 1255, certamente una delle date più antiche degli insediamenti walser nell'area Cisalpina avvenuti probabilmente attraverso un processo di piccole migrazioni su una delle quali, quella che ha portato i Walser a Rimella, getta luce una delle pergamene di cui sopra.
Il documento, rogato a S. Giulio d'Orta e datato 11 novembre 1256, è l'atto con cui tre uomini, già insediatisi in quelle terre l'anno precedente nell'alpe Rimella e in due parti dell'alpe Rondo, e cioè Giovanni che fu da Terminen (da cui il più antico cognome dei Walser rimellesi, Termignone, tuttora esistente), Anselmo fu Giovanni de Monte, assieme al figlio Pietro, e Guglielmo fu Ugo de Balma entrano in società con altri uomini di analoga provenienza per lo sfruttamento in 12 quote dei beni avuti in affitto su quelle alpi dal prevosto e dal Capitolo della canonica di S. Giulio e promettono, tutti insieme, di sottoporsi ai fitti, oneri e gravami derivanti da tale investitura e giurano fedeltà al prevosto della canonica. Si può dire, osserva il professor A. Vasina, che toponimi e antroponimi, come ad esempio Pietro di Aimone Deveri, Guebus Alemannus de Simplono (Sempione), in più casi accreditano una provenienza di questi coloni conduttori dal Vallese e una loro penetrazione al di qua delle Alpi lungo la Valle della Toce fino a lambire il Lago d'Orta e risalire per la Valle dello Strona fino a raggiungere i luoghi alpestri [...] sulle pendici dei monti Capezzone, Capio e Kawal17.
Altra direttrice di penetrazione, come ipotizza P. Zinsli in Walser Volkstum in der Schweiz, in Vorarlberg, Liechtenstein und Piemont, Frauenfeld und Stuttgart, Huber 1970, segue la linea Macugnaga-Valle Anzasca-Colma della Dorchetta (Baxfurku-cfr. cartina topografica). Ciò che importa comunque rilevare è il carattere stabile e pacifico dell'insediamento testimoniato, se non altro, dal fatto che i coloni si erano visti riconoscere il diritto di costruire un mulino ad acqua, avvio di quella attività molitoria che caratterizzerà l'economia rimellese fino agli anni Trenta, Quaranta del secolo scorso. La natura pacifica dell'insediamento walser rimellese sembra una costante di questa comunità se in un documento del 1829 troviamo l'affermazione che "la gioventù non si dedica alla guerra e sarebbe atta alla scienza e alle arti liberali se avesse i mezzi per applicarvisi. Nello stesso documento si accenna anche all'opinione di Fassola, che per primo scrisse la storia della Valsesia, il quale attribuisce l'origine di Rimella agli avanzi di Teutoni scampati alla battaglia data a loro dai romani condotti da Caio Mario e si confuta tale opinione prospettando invece l'ipotesi che i Rimellesi siano originari dal Vallese come dimostravano "il vernacolo che vi si parla e le antiche fabbriche che sussistono ancora"18.

Oltre al documento di cui si è detto, una quindicina di altri ci permettono, almeno fino alla conclusione del Trecento, di individuare alcune significative tappe del non facile cammino percorso dai nostri coloni in terre dove all'asperità dei luoghi e alla durezza del lavoro si accompagnavano le conseguenze delle tensioni fra i Biandrate e i Canonici di S. Giulio e non mancavano altri fatti, gravissimi per un'economia di tipo agropastorale, quali razzie e furti di bestiame come quello patito dai Walser rimellesi nel 1260. Dieci anni dopo, comunque, possiamo registrare qualcosa che denota una maggiore stabilità. Nel 1270 infatti un gruppo di coloni, di chiara provenienza vallesana, 4 residenti nell'alpe Rimella (da notare che Rimella inizialmente viene citata solo come uno degli alpeggi esistenti nella valle) e 9 abitanti nelle due parti dell'alpe Rotondo (Rondo nel già citato documento del 1256), si uniscono per meglio definire la dipendenza dalla canonica di S. Giulio mediante il rinnovo, ripetibile ogni 15 anni dai loro eredi in perpetuo, dell'investitura di dette alpi. Rimella compare per la prima volta come unità insediativa delle singole alpi menzionate prima, distinte una dall'altra. Le nuove clausole prevedono "che gli affittuari con le loro famiglie possono abitare nella località di Rimella, costruire case e mulini, pascolare e sfruttare i boschi, dietro un versamento di 9 lire imperiali al Capitolo di S. Giulio nel giorno di S. Martino, per 15 anni; la corresponsione della decima sui prodotti vegetali e animali, secondo la consuetudine delle riviere del Lago d'Orta, di un canone di reinvestitura quindicennale di 20 soldi imperiali e infine, il riconoscimento di essere uomini (homines) sottoposti alla giurisdizione contenziosa e volontaria della canonica di S. Giulio ma non al pagamento del fodro (diritto di ospitalità ai canonici)"19.
Altre tappe importanti sono il 1314, quando Rimella viene ricordata per la prima volta come villa, cioè villaggio, segno questo dello sviluppo anche qualitativo della comunità, e i decenni successivi quando, per la riconferma dell'affitto ereditario dell'alpe Rimella, al posto dei capo famiglia si recano all'isola di S. Giulio due procuratori, eletti dai consoli - che Rimella come altre comunità rurali alpine del tempo era riuscita a darsi - e dai consiglieri e vicini riuniti in assemblea. Segno, questo, di una comunità che si autogovernava e che sarà connotata dall'autogoverno pur nel succedersi in quel territorio di dominazioni diverse: dall'Impero agli Spagnoli, ai Savoia, a Napoleone.
Dalle carte seguenti quella del 1314, risultano le tormentate vicende fra Rimella e il Capitolo dell'isola di S. Giulio e l'ultima testimonianza a noi nota dell'esistenza del Comune consolare a Rimella ancora nel 1394, anche se ridotto ormai a pure funzioni amministrative, come rileva Augusto Vasinaalla fine del citato articolo aggiungendo, a conclusione, che se alla fine del Trecento "si sono vieppiù venuti precisando i lineamenti demico-insediativi ed economico-sociali della comunità rimellese, altri aspetti essenziali della sua presenza storica - ad esempio quelli culturali e religioso-ecclesiali - ci restano tuttora sconosciuti; come del resto ignoriamo ancora il processo di integrazione della comunità walser nel contesto valsesiani fra Medioevo ed Età Moderna. Ma questo è un capitolo di storia locale tutto da riscoprire"20. Riscoperta non facile, aggiungiamo noi, anche a causa degli incendi che hanno distrutto, come abbiamo già visto, la casa prepositurale alla fine del XVII secolo, ma anche successivamente il Municipio con archivi e tutti i documenti nel dicembre 1697, nel 1813 e nel 1960; così come intere frazioni: nel 1818 andò a fuoco Tser Chilcho (Chiesa) tranne l'edificio della chiesa; nel 1853, un incendio distrusse tutte le case, eccetto due, alla frazione Prati, case che poi sono state ricostruite tutte in pietra. Tuttavia contributi di studio apparsi con ritmo crescente sulla rivista Remmalju, ai quali faremo riferimento più avanti, mostrano quale ricchezza di dati e informazioni su importanti aspetti della vita rimellese relativi al periodo fino ad oggi poco documentato, si possono ricavare dalla ricerca negli archivi diocesani, civici, di Stato e parrocchiali, dalle interviste a possibili testimoni, ma in particolare dallo studio di rogiti notarili perché sappiamo con certezza che Rimella è stata un vivaio di notai fin dal Cinquecento e anche prima, come risulta dagli atti notarili relativi agli anni dal 1396 al 1556.
La storia di Rimella si arricchisce di dati e informazioni man mano che si progredisce nei secoli delI'età moderna i cui inizi riman¬gono però tuttora oscuri. Lumi ci vengono dal prof. Augusto Vasina che nell'articolo, del quale riproduciamo di seguito ampi brani, "Note di storia sociale rimellese fra Quattrocento e Cinquecento"21 comuni¬cando i risultati dell'esame da lui fatto dei 44 atti notarili (pergamene) custodi¬ti nel Museo civico di Rimella sotto il titolo "Carte antiche del Museo di Rimella dal 1396 al 1556 "afferma che "la rilettura e trascrizione parziale di queste carte [...] hanno offerto la possibilità di svilup¬pare una serie di considerazioni sullo sviluppo della comunità rimelle¬se fra medioevo ed età moderna vista anche retrospettivamente al con¬fronto di quanto si è potuto ricostruire del suo Duecento e Trecento."
E prosegue: "in linea di massima si può osservare come, a distanza di molti decenni, la popolazione rimellese sia cresciuta in ogni senso sul suo primitivo nucleo caratterizzante di Walser [...]. Risulta aumentato notevolmente il numero delle famiglie i cui indici onomastici in parte confermano un rapporto di continuità coi primitivi insediamenti Walser, in parte, invece, sembrerebbero attestare fenomeni immigratori da ter¬ritori e località finitime e comunque non lontane [...]. Per quanto è dato comprendere si tratta di famiglie numerose di proprietari terrieri, agricoltori e pastori e anche professionisti (ad esempio notai), fra lo¬ro abbastanza integrate da vincoli di parentela e non di rado riunite in consorzi. Su base onomastica [...] vengono definendosi in modo non sempre lineare i cognomi familiari: quelli di famiglie ancora esisten¬ti come, oltre ai Termignone,i Ferrari, gli Ubezzi, i Calzino [...]; e di altre estinte o quasi, almeno nel Rimellese: i Maffioletti, i Fogli [...]. Cresce, dunque, il numero delle famiglie e, assai piú di prima, appare articolata la loro dislocazione in frazioni e presso alpeggi e corsi d'acqua che compaiono per la prima volta nei tempi qui conside¬rati: oltre ai toponimi Rimella e Rondo (o Rotondo), ricordati inizial¬mente come alpeggi, finalmente vengono testimoniate come "ville" anche le frazioni di cui è costituito il comune già operante, come si è visto.nei secoli XIII e XIV, e ora retto almeno da un console ( tale rappre¬sentante della comunità rimellese, identificato in Milano fu Alberto Calzino figura nel 1479...) che esercita il suo mandato in villa Ecclesie (cioè a Chiesa), presso la residenza comunale. Il nucleo più frequente¬mente menzionato nelle carte, soprattutto per le rogazioni notarili, è la villa Ecclesie[...] anche come centro della vita religiosa per la presenza della parrocchiale di S. Michele Arcangelo (a.1517) di un cimitero (a.1431) e pure di una piazza(a. 1526). In proposito non si può non accennare al fatto che in Chiesa (nella frazione, N.d.R.) si concentra l'edilizia più qualificata del paese, con case porticate e loggiati, dove si svolgono le contrattazioni alla presenza di testi e notai che, nel caso del Quattrocento sono in prevalenza di provenienza fobellina [...] mentre, nel '500 sono tutti di estrazione rimellese" .
Sempre dall'articolo del prof. Augusto Vasina apprendiamo inoltre che "accanto a Rondo (= S. Gottardo?), che viene ancora richiamato in queste carte, compaiono nuove frazioni, come il vicus (o viculus) ville Superioris (a.1451, perg. n. 2), Sella (a. 1470. perg. n. 3); Roncaccio (a.1484 perg.n.12); la località Reorte in Castello (a.1517, perg.n.20); Grondo (a.1537, perg.n.32a). In ogni caso l'ubicazione dei beni fatti oggetto di contrattazione( ... ) risulta sempre preceduta dalla formula in territorio Rimelle, da considerare ambito di attuazione del diritto consuetudinario comunale.
Rilevato che, nella documentazione esaminata la località più frequentemente ricordata è Scarampoglio (toponimo che ricorre in almeno 12 carte) e che dall'insieme degli atti notarili esaminati si ricava "uno spaccato della vita comunitaria rimellese nelle sue espressioni individuali e sociali e nelle sue forme materiali", il prof. Vasina A. ci offre un'ulteriore messe di dati che l'economia del presente lavoro non ci consente di riprodurre e per la quale rimandiamo alla lettura diretta dell'articolo stesso, citiamo però la conclusione in cui si dice che "da più segni sembra legittimo affermare che Rimella, pur conservando alcuni dei primitivi caratteri germanici, nel ‘400, ‘500 fece notevoli passi avanti nel processo di ambientamento nel mondo valsesiano.
In questo senso, fra l'altro sembrerebbero deporre da un lato la minore pregnanza walseriana degli antroponimi rimellesi, dall'altro una significativa presenza di toponimi locali di origine germanica".
Nel libro di Bauen sono attestate, come dati certi e indicazioni attendibili, la costruzione (1518) e la consacrazione della Chiesa a Parrocchiale (a.1528), segno della crescita di importanza della Chiesa "in villa Ecclesie" (cfr. A. Vasina, art. cit.), ma ci vengono anche offerti dati sul problema della sepoltura dei morti di Campello che dovevano essere trasportati a piedi, per un pericoloso sentiero, attraverso la Colma (Strönerfurku, 2000 m. di altezza ca.), per essere seppelliti nella Chiesa di appartenenza, cioè Rimella. Tale problema era grave perché i campellesi morti nella stagione invernale dovevano essere congelati nella neve nel lato nord della Strönerfurku per poter essere seppelliti a Rimella solo dopo le scioglimento della neve stessa. Viene risolto, ma solo nel 1551, con la consacrazione del nuovo cimitero di Kampel (Campello), per cui, ci informa Bauen, il 21 aprile della stesso anno viene utilizzato per l'ultima volta il "Töturaschte" detto "Obrun Balme".Dalla stessa fonte veniamo a sapere che l'11 settembre del 1597 infine , Campello viene separato dalla Parrocchia di Rimella ed annesso a quella di Forno (Valstrona). Campello diventerà Comune indipendente da Rimella solo nel 1814.
Le notizie finora citate sulla Rimella del Quattro Cinquecento, alcune delle quali confermate da recenti ricerche negli archivi Diocesano di Novara e civico di Varallo, contribuiscono a creare l'immagine di una comunità viva che, nonostante l'asperità del paesaggio, la durezza di un lavoro faticoso quando non pericoloso, gli ostacoli posti da una economia agro pastorale e da condizioni di vita spesso ai limiti della sopravvivenza, ha saputo, con l'intelligenza, il coraggio, la tenacia e la disponibilità al sacrificio alimentata da uno spirito religioso profondamente sentito di tutti i suoi membri, creare una cultura ricca ed originale testimoniata ancora oggi dal numero, solidità e bellezza degli edifici sacri, in primo luogo la Chiesa Parrocchiale , dalle case ad uso di abitazione come casa Robbo (De Robo) che porta ancora, incisi nel legno di una architrave la data di costruzione (1593), i nomi dei proprietari e il contrassegno di famiglia, unico finora noto di quelle antiche case Walser. Ma ciò che sorprende è il numero delle persone colte che la società walser rimellese è riuscita ad esprimere, come da piú fonti ci viene attestato. I dati documentati infatti si moltiplicano man mano si procede nei secoli dell'età moderna. Così ci risulta che nel '500 Rimella annoverava 24 notai di cui 13 operanti nel paese - ma già M. Manio , negli elenchi elaborati su ricerche d'archivio, enumera un prete rimellese nel '500, tre nel ‘600, una ventina nel ‘700, oltre a notai e causidici (37 di cui 31 operanti fra il 1539 e il 1809), avvocati, medici, veterinari, chimici, farmacisti, capitani, ingegneri [...] scrittori, pittori e scultori tutti operanti fra il Cinquecento e il Settecento.
La citazione di ogni persona, in Manio, è corredata di brevi notizie biografiche che ci permettono di conoscere anche aspetti della vita del tempo e non solo rimellese. Così veniamo, fra l'altro, a sapere che il prete rimellese don Antonio era curato di Ornavasso verso il 1528; che don Carlo Andrea Reale (Riolo) rimellese e parroco di Rimella, Vicario Foraneo, ha fatto costruire un nuovo oratorio alla Madonna del Rumore, iniziato nel 1760 e benedetto nel 1767; che don Domenico Antonio Tosseri, "sacerdote di vasta cultura, di largo cuore e di grande merito", già Parroco della Cattedrale di Novara, ar¬ciprete di Ornavasso e infine Parroco e Vicario Foraneo di Rimella, notaio apostolico, ha ideato e fatto costruire con un contributo vera¬mente eccezionale di lavoro di tutti i rimellesi la nuova, splendida chiesa Parrocchiale (l'attuale) di Rimella. Di don Dom. Ant. Tosseri, primo dei Parroci di Rimella che ebbe il titolo onorifico di Prevosto, abbiamo notizie anche in Bauen , specie per la questione della lingua. Dice Bauen che nel 1771 il Vescovo di Novara "trasferisce don Domenico Antonio Tosseri( .. ) il quale predicava In tedesco, da Ornavasso a Ri¬mella e da quel momento proibisce nel modo più assoluto ai genitori della parrocchia di Ornavasso di insegnare ai loro bambini il dialetto tedesco..." aggiungendo che "fino al 1771 in Ornavasso si predicò esclusivamente in tedesco. In quell'anno il vescovo trasferì da Ornavasso a Ri¬mella l'ultimo prete che si sia servito del tedesco nel confessionale e nella predicazione...". Sembra infatti, come lo stesso Bauen ci informa, che Carlo Felice, re di Sardegna (1821-1831), abbia proibito l'uso dei nomi tedeschi e il dialetto tedesco, il che confermerebbe l'indicazione di Zinsli su Walser Volkstum, che in Rimella la lingua tedesca fu soppressa già nel 1829. C'informa inoltre Bauen che "il 5 luglio del 1788 viene inaugurata la nuova grande Chiesa parrocchiale edi¬ficata in sette anni dagli abitanti del luogo secondo il progetto dell'arciprete don Antonio Tosseri qui trasferito da Ornavasso". Notazione quest'ultima che ci fa riflettere e pensare a quella moltitudine di persone, discendenti dai primi coloni insediatisi a Rimella nel XlII secolo, che non saranno mai citate negli annali della storia ma che hanno reso possibili le alte espressioni artistiche e culturali della comunità rimellese con il loro quotidiano umile e silenzioso lavoro che significava, a Rimella, levate in ore antelucane (tre - quattro), specie nel¬la stagione estiva, cura degli animali, taglio del fieno in luoghi anche dirupatissimi, cura dei piccoli orti e campi dove si coltivava quan¬to era possibile a quell'altitudine e necessario al sostentamento quotidiano (molto parco), sfrondatura degli alberi frassini in particolare- percorsi per impervi sentieri , i soli che allora rendevano Possibili le comunicazioni .
Il che non ha impedito a questa gente, sia pure condizionata dall'asperità del luogo ma saldamente unita dalla comune fede cristiana e dal vincolo della lingua parlata indistintamente da tutti, uomini, donne e bambini fino all'immediato secondo dopoguerra, di essere autosufficiente, ben organizzata oltre che sensibile al bisogno di istruzione e di scuola.
Due altre figure di rimellesi vanno citate infine: padre Filippo Reale dei frati Minori francescani, uomo dottissimo e versato nelle discipline sia filosofiche che teologiche, oratore di grido e vigoroso polemista, specie contro i giansenisti, e Giovanni Battista Filippa, fondatore del Museo di Rimella che ancora oggi porta il suo nome ed è, in assoluto, il primo Museo civico della Valsesia.
Padre Reale, oltre che per l'intensa partecipazione alla vita della Chiesa e della società del suo tempo si ricorda anche per l'orazione in onore di S. Gioconda da lui pronunciata a Rimella nel 1790, in occasione del trasporto alla Chiesa prepositurale delle spoglie della Santa Martire, compatrona del paese e ancora oggi molto venerata. L'orazione fu pubblicata nelle stesso anno in un opuscolo che nel frontespizio porta un'indicazione per noi di un certe interesse. Vi si dice infatti che è stata "recitata dal Padre Lettore Filippo di Rimella (...) sul chiudersi del solenne triduo celebrato il dì 27, 28, 29 di giugno a spese de' divoti consorti rimellesi abitanti in Novara ed in Vigevano ... "La citazione richiama il tema delle confraternite e sodalizi esistenti e operanti in Rimella, ma anche fuori, fra gli emigranti rimellesi nel nostro caso quelli di Novara e Vigevano appunto.
Ora, poiché non è possibile in questa sede procedere ad approfondimenti più ampi della storia rimellese nell'età moderna, noi scegliamo di chiudere questa breve rassegna proprio con il tema "confraternite", che richiama in qualche modo anche quello dell'istruzione e della scuola, utilizzando, nell'esposizione soprattutto i risultati delle ricerche che Rina Dellarole Cesa ha pubblicato su Remmalju anche se importantissimo rimane il lavoro, sviluppato in chiave antropologica, del prof. P. Sibilla . Ricerche d'archivio condotte con crescente frequenza in tempi recenti su importanti aspetti di Rimella nell'età moderna contribuiscono a mettere in evidenza la solidità sociale e la ricchezza, specie culturale, del paese allora densamente popolato persistendo la modestia dell'economia, da cui l'emigrazione cronica , e la difficoltà e pericolosità delle comunicazioni con l'esterno specialmente nella stagione invernale. Parlando del passato, una persona intervistata dal dott. Remogna ha detto: "Erano tempi in cui c'era più povertà e di un pane la gente era contenta" - povertà, ripetiamo, che non ha impedito ai rimellesi di curare l'istruzione - specialmente nel Settecento - e di provvedere capillarmente (cura dei luoghi di culto, costruzione o ricostruzione in pietra abili costruttori quali erano delle abitazioni) alle necessità materiali ma anche spirituali della gente che allora popolava le frazioni ed era numerosa , come testimoniano i dati statistici pubblicati dal can.co Manio e dal prof. Bauen rispettivamente nel 1905 (dati dal 1631 al 1831) e nel 1978 (con dati dal 1631 al 1971. Da Manio (op. cit. pag. 31) risulta che nel Settecento le famiglie erano 200 con 874 abitanti nel 1715, e 214 con 1062 ab. nel 1703, numero che nel 1801 diventa di 1175 unità, con un crescendo rilevato anche da Bauen su dati forniti dalla Segreteria comunale di Rimella, dai quali risulta che nel 1750 il numero oscillava fra gli 800 e i 1000 abitanti, saliva ancora a 1062 nel 1783 e a 1381 (punto massimo raggiunto) nel 1831, per poi scendere progressivamente ai 362 abitanti del 1943, ai 320 del 1971 e crollare, aggiungiamo noi, ai 140 residenti del 2001.
Nell'età moderna , soprattutto nel Settecento , in questa Rimella così popolata si studiava e numerosi, ben organizzati sodalizi, funzionavano sia nel campo della spiritualità che dell'assistenza, come possiamo desumere oltre che dalle ricerche della citata R. Dellarole Cesa, anche da quelle di S. Bruno sulle visite pastorali compiute a Rimella dai vescovi Mons. Taverna, Mons. Balbis Bertone e da Mons. Morozzo Della Rocca, rispettivamente nel 1617, 1760 e 1821 Dagli atti relativi apprendiamo che Rimella era una "cura sparsa" con "curato bono", e "populo bono", abitata da individui appartenenti al ceppo walser , "theutonici", e che una parte degli uomini era in grado di comprendere l'italiano (visita Taverna 1617). Notazione questa che ci rimanda al fenomeno dell'emigra¬zione, intensa specie nei mesi da marzo a ottobre che, se metteva gli uomini a contatto con il circostante ambiente neolatino, faceva gravare tutto il peso dei lavori e la cura della famiglia sulle donne, le quali invece conoscevano soltanto il "tittschu" idioma dei primi coloni walser.
Apprendiamo inoltre, fra le altre interessanti informazioni che gli atti delle visite pastorali ci forniscono su molteplici aspetti della vita quotidiana a Rimella, l'importanza della "consuetudine plurisecolare e propria dei paesi di campagna e di montagna del prete cappellano o parroco-maestro di scuola, di lettere e di principi cristiani, estesa a giovani non necessariamente avviati al sacerdozio" . Per i rimellesi l'acquisizione di un livello almeno elementare di alfabetizzazione costituiva un elemento irrinunciabile nella formazione dei giovani, destinati in maggioranza ad intraprendere la via dell'emigrazione, e pertanto bisogno¬si di saper leggere e far di conto per poter svolgere adeguatamente il proprio mestiere, spesso di tipo artigianale e altamente qualificato, ed essere in grado di comunicare per iscritto con le famiglie rimaste in patria. A questo provvedevano sia le lezioni di Dottrina Cristiana che si svolgevano "esclusivamente nei pomeriggi festivi del pe¬riodo compreso tra S. Michele (29 settembre) e le Calende di maggio", nonostante le precarie condizioni delle vie di comunicazIone durante l'in¬verno", sia il Cappellano. Fin dagli inizi del Settecento infatti, una parte delle offerte e donazioni degli emigrati fu destinata "al mantenimento del cappellano titolare del beneficio laicale posto sotto il titolo di S. Michele. al quale competevano gli obblighi di confessare, di celebrare la Messa festiva 'in aurora', e di fare ‘schola gratis a sei figlioli da nominarsi dalla detta Comunità per sei mesi in ciascun anno' , scuola gratuita che già nel 1760 risultava aperta anche ad alunni "a pagamento". Da questi dati risulta l'importanza del ruolo non solo re¬ligioso ma anche formativo dei parroci e cappellani di Rimella i quali si dimostrarono all'altezza del compito col fornire "accanto alla generale preparazione di base, anche una formazione culturale più approfondita per i giovani destinati alla professione notarile e alla carriera eccle¬siastica". Dobbiamo aggiungere però che spesso i sacerdoti maestri di Ri¬mella avevano studiato, oltre che al Seminario di Novara, anche in altri centri di cultura superiore. Così il cappellano Giuseppe Antonio Colombo nato a Rimella nel 1710, che aveva frequentato i Corsi di Lettere, Retorica e Teologia speculativa presso la Regia Università di Torino; così il parroco Carlo Andrea Reale, nato nel 1704, che si era formato a Casale Monferrato.
Quanto sopra detto mentre da un lato spiegherebbe l'alto numero di persone colte vantato da Rimella in età moderna, dall'altro mostra come pur nelle difficili condizioni ambientali, Rimella non è del tutto una realtà isolata dal resto del mondo, ma è con questo in un contatto spesso fecondo di conseguenze positive.
Le visite pastorali ci offrono anche notizie sulle Confraternite. Così sappiamo che nel 1617 (visita pastorale di Mons.Taverna) era attiva in Rimella la Confraternita di S. Spirito che "disponeva di terreni che producevano dieci staia di segale all'anno" e che " i priori passavano di casa in casa per raccogliere le generose elemosine in natura..." e che "il ricavato complessivo veniva utilizzato per cuocere, il giorno dell'Ascensione, i pani da distribuire ai poveri del luogo e ai forestieri e ai cosiddetti "vicini" cioè ai membri della comunità... ".
Notizie più ampie su tali sodalizi si trovano nella relazione sullo stato e amministrazione dei Luoghi Pii del Comune di Rimella che nell'anno 1728 il notaio rimellese Alberto Colombo ha presentato, su richiesta, al Gran Pretore della Valsesia. Da esse appare la partecipazione della gente alla vita del proprio paese come attestano le attività delle confraternite come quella del SS. Sacramento ad es. e il funzionamento degli Oratori.
Più in particolare, sia la Confraternita del SS. Sacramento, canonicamente eretta sin dal 1625, che gli Oratori hanno propri organi di funzionamento: per il SS. Sacramento, un tesoriere, un priore e altri ufficiali che vengono cambiati ogni due anni, che amministrano i beni e sono tenuti ad un rendiconto annuale "davanti al curato e ai confratelli vestiti dell'abito turchino; per la "Carità antica dei poveri", un procuratore che annualmente dà conto dell'amministrazione davanti al parroco e al popolo della Chiesa parrocchiale, e da un collettore delle elemosine; per gli Oratori i procuratori tenutari delle Ville (frazioni) che ogni anno, a rotazione, si cambiano e i conti, dati alla presenza di tutti i terrieri, vengono riconosciuti approvati e sottoscritti dal curato del luogo. La relazione del notaio Colombo precisa inoltre che "le elemosine si spendono a beneficio e decoro di essi Oratori nei quali si celebra (ancora oggi, aggiungiamo noi) messa ogni anno nella festa del santo titolare e nelle rogazioni e alcune altre volte nell'occasione della somministrazione dei sacramenti agl'infermi e a richiesta di qualche persona devota."
Gli Oratori, distanti "in parte mezzo miglio, in parte un miglio e parte due dalla parrocchia" sono posti sotto diversi titoli e invocazione dei santi e così dislocati:
1) nella Villa Inferiore la Madonna della Neve
2) nel Roncaccio Inferiore la Madonna delle Grazie
3) nel Roncaccio Superiore la Visitazione di S. Maria ad Elisabetta
4) sopra il Pianello e Villa del Molino le Vergine Santissima dell'Annunziata
5) sopra la Villa del Toso (?) la Vergine Assunta
6) nel Graziano S. Martino e Sant'Antonio da Padova
7) nel Grondo S. Marco e S. Ambrogio
8) nella Villa dei Prati S. Nicolao
9) nella Villa Superiore S. Bernardo
10) nella Villa della Sella S. Quirico
11) nella Villa di Rondo S. Gottardo.
Il discorso sulle Confraternite e gli Oratori ci pone di fronte ad attività di particolare valore per capire le radici e la natura del governo del paese caratterizzato da autonomia decisionale e amministrativa e da quella interazione di autorità civile ed ecclesiastica che perdureranno ben oltre l'età napoleonica e che in Rimella, a causa del particolare isolamento, risultano particolarmente accentuate rispetto alle altre Comunità della Valsesia. La vita del paese, come ci informa il professor Sibilla, era regolata dalle decisioni che le "vicinanze" prendevano nelle rispettive frazioni in pubbliche assemblee normalmente aperte ad ogni adulto del gruppo, ma di solito precluse agli esterni, che avevano luogo nella piazza antistante l'oratorio ed erano preannunciate dal suono della campana. Tutti avevano facoltà di parola anche se le decisioni ultime spettavano solo ai terrieri. Questi a loro volta eleggevano un Tesoriere dell'Oratorio che rimaneva in carica un anno e che poteva essere riconfermato. Ad evitare che una famiglia detenesse troppo a lungo i poteri, la prassi prevista dalle norme tradizionali imponeva che si seguisse un principio di rotazione o perlomeno di alternanza, prassi seguita ancora oggi per la cura degli Oratori dai pochi rimasti ad abitare nelle frazioni. Erano eleggibili solo i maschi che avessero dato prova di probità e di perfetta conoscenza delle norme consuetudinarie e dei regolamenti riguardanti le materie di interesse pubblico. Ancora nei primi decenni del Novecento il potere locale delle vicinanze, legittimato dalla tradizione e dal consenso sociale, veniva congiuntamente esercitato dai "terrieri capi famiglia" detti "consorti" che si riunivano ancora sempre in assemblea pubblica sulla piazza davanti all'Oratorio oppure dentro in caso di maltempo o nella stagione invernale. Durante la stagione del ciclo agrario le riunioni si tenevano in scadenze fisse, ma in occasioni straordinarie o di particolare urgenza erano convocate al suono della campana. Le materie trattate erano molteplici e talvolta motivo di contrasti anche gravi contenuti però, se non superati, in un "gruppo corporato chiuso" come Rimella dove nessuno poteva presumere di condurre un'esistenza individuale separata dagli altri. La stessa realtà ambientale, osserva il prof. Sibilla dal quale vengono tratte tutte queste informazioni, imponeva l'aggregazione di tutte le forze disponibili, soprattutto nel passato, in cui l'isolamento del paese sembrava un fatto insuperabile. Le decisioni ordinarie riguardavano l'organizzazione generale della vita della frazione, l'uso delle acque, la definizione del carico delle prestazioni personali da dedicare al lavoro collettivo indispensabile per la manutenzione delle mulattiere e dei sentieri e per la spalatura della neve praticata soltanto nelle strade cosiddette "mortuarie", cioè quelle che erano tradizionalmente considerate sicure da possibili insidie del male ed erano percorse dai cortei in occasione di battesimi, matrimoni e funerali.
Nelle assemblee di vicinanza si prendevano misure di prevenzione della devianza (rara nella società rimellese) e a sostegno delle persone più deboli come anche per l'istruzione dei giovani. Tutto ciò era reso possibile dall'esistenza di un fondo patrimoniale, attribuito all'Oratorio, costituito da lasciti e legati di piccoli boschi e appezzamenti di terreno che, dati in affitto, consentivano di provvedere con il ricavato a modeste opere di recupero e di conservazione dei beni collettivi oltre che a sopperire ai bisogni delle persone più deboli e degli anziani in difficoltà. Il tesoriere, annualmente eletto dai consorti, era direttamente responsabile del funzionamento dell'Oratorio dedicato ad un Santo particolarmente venerato nella frazione; doveva inoltre tenere i registri contabili e incrementare sia i beni che il numerario. Ad aumentare le disponibilità finanziarie contribuiva anche la consuetudine, ancora oggi praticata, di mettere all'asta, dopo la messa, fuori della chiesa le "offerte in natura" recate dai fedeli in occasione della "festa" in onore del Santo Patrono della frazione.
Economia di sussistenza, perdurante flusso migratorio e problematiche quando non pericolose condizioni di viabilità che caratterizzano la vita rimellese del Sei Settecento, costituiscono lo scenario di fondo della storia di Rimella nell'Ottocento e buona parte del Novecento . Da recenti ricerche possiamo ricavare notizie utili per definire, quella rimellese, un'economia di sussistenza fino a tutta la prima metà del Novecento e poco oltre. Essa appare fondata in primo luogo sull'allevamento del bestiame e la lavorazione dei prodotti animali, in particolare l'attività lattiero casearia attuata con tecniche e modalità che si protraggono quasi invariate nel tempo fino al XX secolo inoltrato. Segue la coltivazione, dove possibile, dei cereali - fra i quali la segale sembra fosse meno rara fino all'Ottocento - oltre ai legumi e ortaggi coltivati allora, come ancora oggi, nei piccoli orti ricavati a fatica dal terreno adiacente o vicino alla casa di proprietà. Importantissimi in questa economia fino a tempi molto vicini, la cura dei prati, lo sfalcio dell'erba, la sfogliatura degli alberi, in particolare frassini, e la raccolta delle foglie secche di faggio. Fino a non molto tempo fa il paesaggio era caratterizzato da ampi, anche se ripidi, prati curatissimi, oggi sostituiti dai boschi che avanzano in stretto rapporto con il calo della popolazione.
Di fronte all'invarianza dell'allevamento e della produzione lattiero casearia, sono le culture e conseguentemente il modo di alimentarsi che cambiano invece con l'introduzione (XVII-XVIII secolo) della patata che i rimellesi coltivano ancora oggi in piccoli appezzamenti di terreno. Quanto altro era necessario all'alimentazione (mais per la polenta, sale, riso) doveva essere importato dalla pianura, da Varallo in primo luogo. Varallo che a quei tempi si raggiungeva con 6 ore di cammino per sentieri anche molto pericolosi e sotto l'incombente minaccia di valanghe nella stagione invernale e di alluvioni sempre. Le merci di scambio per la Rimella di allora erano "butirro, formaggio, cuoi, e vitelli piccoli nati da pochi giorni" come ci informa la relazione che nel 1828 il notaio Michele Cusa ha redatto per la Vice-Intendenza di Varallo. In detta relazione risulta inoltre che "la lana si fila in paese e per la massima parte in panno grossolano detto mezzalana che serve a vestire molti individui d'ambo i sessi del paese". Interessanti anche le notizie sulla popolazione che "alla fine del 1817 era di anime n°1035. I maschi nati nel decennio compreso fra il 1° gennaio 1818 e tutto Xbre 1827: n°218; morti 118; eccedente: 100. Femmine nate in detto decennio: n°192; morte 142; eccedente: 50. Eccedente totale: 150; totale al termine del 1827: anime 1185". Rileva inoltre il Cusa che un buon terzo degli uomini dai 14 ai 50 anni emigra a Novara e Vercelli per esercitare le professioni di "oste, bottigliere, cuoco, cameriere e brentatore" mentre muratori e falegnami, "onde supplire alla mancanza di prodotti indigeni e pel mantenimento delle loro famiglie", lavorano a Fobello e a Campello. Cusa attribuisce l'aumento della popolazione di Rimella in quel tempo al fatto che l'emigrazione era diretta verso luoghi vicini o relativamente vicini al paese. Sottolinea però anche due fatti che rafforzano l'idea di Rimella come comunità ordinata e solidale: il buon costume e l'economia di molti abitanti, l'indole pacifica specie dei giovani che sarebbero adatti, dice, agli studi se avessero i mezzi per applicarvisi, e il fatto che le persone d'ambo i sessi sanno quasi tutte leggere e scrivere. Una società quindi - se si eccettua "qualche piccolo furto di piante, di commestibili, o altri piccoli oggetti e qualche risse senz'armi, casi che in un decennio non superavano la ventina" - ordinata e solidale i cui abitanti, in particolare le donne, avevano una decisa inclinazione al lavoro. Alla voce arte e mestieri si ricordano in Rimella due sacerdoti, un diacono, un notaio, un pittore pensionato di S.M. a Roma e, passando agli artigiani, 30 muratori, 20 falegnami, 4 sarti, 2 tessitori e 1 calzolaio senza contare le persone impegnate nei 4 mulini del cantone Grondo, due dei quali a 2 macine e tre a una sola. Un'economia di sussistenza che si trasmette pressoché immutata nel tempo oltre che per la tipologia dei territorio, in buona parte improduttivo, per le pessime condizioni della viabilità dovute, come già detto, a valanghe e inondazioni, ma anche a frane e smottamenti. Nel 1837 un primo tratto del percorso che collegava Rimella a Varallo fu trasformato in sterrata utilizzabile anche per il transito dei cavalli, ma solo nel 1866 venne aperta al traffico la prima carrozzabile nel tratto Varallo-Baraccone, e verso la fine del secolo nel tratto Baraccone-Grondo, la prima frazione del paese che rimase capolinea del percorso per oltre mezzo secolo. Nell'immediato secondo dopoguerra fu progettato e lentamente, ma molto lentamente, costruito il tratto tra Grondo e Chiesa, che fu raggiunta il 14 luglio 1869 per proseguire poi, diramandosi, fino a toccare tutte le frazioni, eccetto S. Anna, dislocata nella parte alta del corso del Lanwasser. Oggi la strada c'è, ma la gente non c'è quasi più.

Sul finire del Settecento l'età contemporanea si apre dunque con una Rimella popolosa, abitata da gente che si autogovernava con le strutture civili e religiose di cui si è già parlato, dotata di una chiesa fra le più belle se non la più bella della Valsesia, di numerosi altri edifici sacri, testimonianza delle spirito religioso dei rimellesi ; di scuole funzionanti, oltre che di uno strumento culturale eccezionale per quei tempi, il Museo G. B. Filippa.
Vivaci anche l'attività agro pastorale, seppure insufficiente a sostentare tutti, base dell'economia del paese, e quelle artigianali - al Grondo funzionavano segherie e mulini - e commerciali in loco e fuori , le vie di comunicazione inadeguate, spesso pericolose, alto il tasso di emigrazione nei paesi vicini e all'estero, ben distribuite nelle diverse frazioni case e casere, vero monumento alla sapienza costruttiva e al buon gusto della popolazione, le quali ancora oggi contribuiscono ad ingentilire un paesaggio dal punto di vista geologico aspro e selvaggio.
Il periodo qui considerato si chiuderà, invece, sul finire del XX secolo con un'immagine del paese di tutt'altro segno, caratterizzata dallo spopolamento, dalla chiusura delle scuole locali e da altri fenomeni che già Bauen negli anni '70 aveva osservato e descritto .
Consacrando nel 1788 la nuova parrocchiale il vescovo di Novara mons. Balbi Bertone usò l'appellativo di "basilica" nel presentare la nuova chiesa. Ricca di preziose opere in marmo e in legno, e di pitture. Nel 1862 la chiesa fu dotata di un organo costruito dai F.lli Mentasti di Novara, recentemente (1997) fatto restaurare dall'infaticabile e benemerito parroco don Giuseppe Vanzan col contributo finanziario della Soprintendenza per i Beni Artistici e Ambientali di Torino (£. 50.000.000) e di fondi raccolti con le offerte della Comunità di Rimella (£. 30.000.000).
Tralasciando altri particolari sul valore artistico della costruzione , noi qui vogliamo sottolineare ancora una volta lo spirito religioso del popolo rimellese che ha contribuito col lavoro di tutti e con altri mezzi alla sua realizzazione, così come a quella degli altri edifici sacri, Oratori, cappelle e cappellette costruiti tra il Sei-Settecento e sparsi nelle diverse frazioni e lungo i praticati sentieri: una specie di "Biblia pauperum" sia per le numerose scritte di invocazione sia per il richiamo ai testi sacri i quali, anche se riprodotti in latino, erano compresi dalla gente che ne conosceva il significato avendolo chiarito durante le lezioni di catechismo, a scuola, durante le sacre funzioni in chiesa e anche nella propria famiglia essendo l'analfabetismo a Rimella cosa rara. Rimandando a più oltre un discorso sul Museo, diremo qui che a Rimella le scuole allora c'erano e funzionavano.Sul tema disponiamo di informazioni ricavate da un articolo di A. Lovatto che riproduce integralmente un documento stilato nel 1829 dal notaio rimellese Michele Cusa; da un articolo di M. Remogna e da quello di F. Vercellino, apparsi rispettivamente su Remmalju 1999, 1995 e 1994. Dal documento Cusa, pubblicato da Alberto Lovatto, sappiamo che a Rimella "vi è una scuola in cui si insegna il leggere, lo scrivere, la lingua italiana, gli elementi dell'aritmetica e della latinità. Essa è frequentata da 40 e più fanciulli che fanno progressi a vista d'occhio, ed è diretta dal signor Gio. Ubezzi che ha fatto plausibilmente il suo corso di filosofia. Se si dicesse che al presente la scuola di Rimella non invidia nessuna di quelle della Valsesia né per il metodo né per la direzione né per l'ordine e la stessa simmetria estrinseca, non si farebbe nessuna esagerazione ". Questi dati rispecchiano la situazione nel 1828.
Dall'articolo di Remogna, ricchissimo di altri dati, stralciamo e ripro¬duciamo, citando liberamente, solo alcune informazioni . Su questa base veniamo a sapere, che i bambini a S. Gottardo erano 29 "tutti in una stanza", che si scaldavano con la legna del comune che i genitori tagliavano e portavano a gerle, a turno; che la "maestra era Teresa Cusa, che era brava e che poi andò a fare da perpetua a don Vasina". Veniamo informati inoltre che "la scuola era rurale, istituita dal Comune con il contributo statale" e che nel 1927 i ragazzi si ritenevano fortunati di avere "un maestro 'vero' cioè diplomato[...], mentre ai tempi dei [...] nonni l'insegnamento era impartito per lo più da donne volonterose autorizzate ma non diplomate (uso corrente nelle zone rurali). Il catechismo (chiamato "dottrina") veniva insegnato dal sarto Rinoldi e da pie donne, spesso di sabato, stando a gruppi in Chiesa , davanti ad un altare, con una verifica successiva del Parroco".
Ultimo rilievo, già da noi riportato, ma confermato da statistiche relative alla metà del XIX secolo e contenute in un quaderno manoscritto esposto al Museo Filippa: "le persone d'ambo i sessi sanno quasi tutte leggere e scrivere".

Più in generale e considerando la vita del paese nella sua globalità, possiamo notare che l'avvicendarsi nel Sette-Ottocento di dominazioni diverse - i Savoia, la Francia rivoluzionaria e napoleonica e ancora il Regno Sardo, poi Regno d'Italia - non sembra abbia inciso sensibilmente sul tradizionale sistema di vita rimellese. Qualche traccia di quelle dominazioni è conservata ancora nel Museo di Rimella e trapela da uno dei racconti in tittschu pubblicati da Bauen che narra di una tassa sul sale e di una ribellione del popolo espressa con l'issare "un berretto rosso in cima ad un bastone". Il re, per questo, avrebbe dato l'ordine di "mettere a ferro e a fuoco il paese", ordine fortunatamente non eseguito.
Ma i nemici più pericolosi per Rimella erano il fuoco e i fattori meteorologici: l'acqua e la neve. Nell'Ottocento si verifica infatti un numero impressionante di incendi, di alluvioni e di valanghe. Gli incendi distruggono il municipio (1813) -già andato a fuoco una volta nel 1697- con tutti gli archivi e intere frazioni - Chiesa nel 1818 e Prati (En Matte) nel 1853 -distruggendo nel contempo documenti e le antiche case walser costruite col sistema blokbau in legno su una base di pietra. Gravi anche le alluvioni. Memorabile quella del Landwasser del 27 agosto 1834 che ha minacciato di distruggere l'intera frazione Grondo. L'alluvione del 1880 ha spazzato via in località ai Molini (Tse Mijene) un intero gruppo di case walser poi ricostruite in pietra, e quella del 1900 ha distrutto il ponte costruito forse 400 anni prima in località detta "delle due acque" perché alla confluenza del Landwasser nel Mastallone. Rimane sempre incombente il pericolo delle valanghe dal tardo autunno all'inizio della primavera. Alcune sono rimaste memorabili sia per il volume della neve caduta sia per le vittime provocate, come ad esempio quella, testimoniata da sei croci di ferro, due più grandi e quattro piccole, alla frazione Prati. Caduta in un imprecisato inverno anteriore al 1861 ha causato la morte di un'intera famiglia. Lungo i sentieri praticati dai rimellesi fino a qualche decennio fa, si incontravano molte di queste croci a ricordo di morti tragiche avvenute. E la serie dei casi più gravi sarebbe lunga. L'inverno del 1887/88 ad es. rimarrà negli annali della meteorologia per la durata, la frequenza e la quantità della neve caduta. Non ci sono state vittime ma Rimella, che allora contava più di 1000 abitanti, rimase per lungo tempo completamente isolata. In tempi più vicini a noi, nel 1973/74, si è calcolato che la neve caduta complessivamente fra il tardo autunno del '73 e la primavera del '74 abbia superato nella frazione di S. Gottardo gli 8 metri di altezza; osserviamo però che da allora il fenomeno si è progressivamente attenuato. Fenomeni che non sono senza conseguenze per l'economia del paese a definire la quale può essere utile il giudizio espresso nel 1840 da un osservatore esterno: "la produzione del suolo, scarsamente irrigato da fontane e ruscelli, non sono che boschi, pascoli, fieno e patate. Di commercio non havvi che risparmi del prodotto del bestiame". Ma allora "c'era più povertà e di un pane la gente era contenta".
La modestia dell'economia che perdurava nonostante la costruzione della nuova strada Varallo-Rimella, non ha impedito comunque ai rimellesi di avere nell'Ottocento scuole elementari funzionanti in ben 3 frazioni - a Chiesa, S. Gottardo e S. Antonio - con 4 classi e di istituire nel 1837 la classe V; e neppure di provvedere nel 1862/63 alla sostituzione nella chiesa parrocchiale del vecchio, deteriorato organo con uno nuovo costruito dai F.lli Mentasti di cui abbiamo detto . Così non ha impedito la prosecuzione di un'intensa attività edilizia (conservazione, ristrutturazione o costruzione di ponti, case ed edifici sacri) affidati in prevalenza a mastri costruttori rimellesi. Nell'Ottocento continua l'emigrazione maschile diretta anche all'estero ma va detto, come osserva Remogna, che se la maggioranza della popolazione ricavava ancora di che vivere dalla modesta proprietà agricola e dalla lavorazione dei prodotti lattiero caseari, una voce sia pur magra del bilancio della famiglie riguardava proprio l'emigrazione maschile. Essa oltre che di mettere a frutto le abilità di muratori, boscaioli, minatori, proprie dei rimellesi, di svolgere altri mestieri come brentatori, osti, camerieri, permetteva di offrire, individualmente o associati, un consistente apporto economico non solo alla famiglia ma anche all'educazione dei giovani, al restauro e abbellimento dei luoghi di culto e alle opere di carità. Questa era un'altra voce importante dell'economia dei rimellesi che per lunga tradizione si prendevano cura dei vecchi e dei membri più deboli della comunità. Parecchi erano i rimellesi affetti da menomazioni fisiche o psichiche, forse anche a causa dell'endogamia diffusamente praticata ma anche della pericolosità del lavoro e dell'ambiente.
Concludendo possiamo dire che anche il XIX secolo si chiude con un quadro di Rimella tutto sommato positivo per popolamento, autogoverno, ordine e coesione interna, ma si chiude anche con un avvenimento eccezionale: la visita della Regina d'Italia Margherita di Savoia. La cronaca dell'avvenimento ci è tramandata da un foglio di semplice quaderno di scuola manoscritto e conservato nel Museo di Rimella. La descrizione ci presenta un paese in festa che riceve la sua Regina alla Madonna del Rumore sotto un arco di fronde e fiori, con un coro di 60 ragazze vestite con il bellissimo costume locale. La Regina viene poi accompagnata alla frazione Chiesa per l'incontro ufficiale con la popolazione.
Tenendo presente che i temi dell'emigrazione, della viabilità e comunicazioni, delle case di abitazione, sono diffusamente trattati sulla rivista Remmalju e nelle altre opere da noi già citate, passiamo ora a considerare Rimella nel XX secolo fino agli ultimi decenni che è storia, o meglio cronaca, della comunità rimellese attuale.

Il secolo XX si apre con un'immagine positiva del paese ma si chiude con un quadro di tutt'altro segno anche se non privo di luci di speranza per la volontà di pochi, coraggiosi e intraprendenti, impegnati a fare quanto possibile per la rinascita del paese a partire dal salvataggio della lingua e della cultura, che è quanto dire dell'identità del rimellese, in forme e modi già in atto e altri tutti da inventare. Questo a dispetto dell'indifferenza indotta, specie nei giovani, dal processo mediatico di omologazione che conduce al disinteresse per la politica e per la partecipazione attiva ai problemi della comunità diffusi nella società odierna e proprio l'opposto di quanto praticato nei secoli dai Walser rimellesi.
Il paese continua, almeno fino all'immediato secondo dopoguerra, come un'isola non solo dal punto di vista linguistico (il tittschu è ancora universalmente parlato) ma anche sociale, con un'amministrazione regolata dalle leggi dello Stato ma anche, specie per quanto riguarda l'economia agro-pastorale, dal preesistente secolare diritto consuetudinario. Questo suo carattere di comunità "separata" e non facilmente accessibile, ha fatto sì che gli eventi di portata nazionale ed internazionale della prima metà del Novecento, incluse la crisi degli anni Trenta, non abbiano intaccato ritmi di vita ed un'economia che sia pure ai limiti della sussistenza e nella condizione geofisica molto aspra che conosciamo, continuava a basarsi sulle modeste risorse locali con tecniche e mezzi collaudati da secoli. Questo almeno fino al 1944 quando la popolazione stessa del paese si è trovata direttamente coinvolta negli eventi bellici. In seguito, "l'avvento della civiltà industriale e la dissennata penalizzazione dell'attività agro-pastorali hanno condannato Rimella [...] ad uno spopolamento ben diverso da quello dei secoli scorsi e che ha avuto caratteri drammatici"57 resi evidenti soprattutto da un segnale: la chiusura negli anni Novanta "causa denatalità e alti costi" prima della Scuola Media poi delle Elementari già così fiorenti nel paese.
Attualmente i bambini abitanti stabili a Rimella sono tre, due in età scolare e un infante. I dati anagrafici del Comune per 1989 parlano chiaro: abitanti 215; nati 3; morti 6. Ma la partecipazione della gente alla vita del paese è ancora alta se le elezioni per i rinnovo del Consiglio Comunale svoltesi nel maggio dell'anno successivo mostrano un 76% di votanti.
Tornando al primo Novecento è possibile rilevare nel "gruppo corporato chiuso rimellese" segni di maggiore apertura e relazione col mondo esterno a partire dall'inaugurazione nel paese di un albergo. In Valsesia, dove già nel secondo Ottocento si era scoperto nel turismo basato sulla bellezza dei luoghi una nuova fonte di reddito, si erano costruiti molti alberghi nelle zone montane più ricche di attrattiva. Seguendo questa traccia i coniugi rimellesi Virginio e Maria Fontana aprirono nel 1913 l'albergo che avevano costruito in pieno sole nella frazione Chiesa. Nei loro auspici l'albergo che porta ancora oggi il loro nome, doveva diventare "l'albergo reclam di questo Comune". Scorrendo le osservazioni e i commenti segnati dai clienti sul registro, o "Album dell'Albergo" è possibile, di riflesso, passare in rassegna gli eventi più significativi per il paese fino al 1950 circa, con un intervallo di silenzio sul 1943-44. Scorrono così davanti ai nostri occhi la partecipazione dei giovani rimellesi alla prima guerra mondiale e il ricordo doloroso dei caduti; l'inaugurazione del nuovo concerto di campane nel 1924; il fascismo richiamato dall'apposizione alle date di un numero romano a significare l'Era Fascista; qualche lapidario accenno agli anni Quaranta, come il disegno di una svastica con inscritto un fascio littorio con il motto "Usque in finem" e la scritta "Vincere" seguita da un commento evidentemente postumo "e infatti...". Quasi nulla invece sul 1943-44 eccetto una data e un'espressione significative per la Resistenza in cui il paese si è trovato coinvolto: "2/1/1944, ultimo del fascismo, Franco il Ribelle". E' la data dell'occupazione del paese da parte dei partigiani di Moscatelli.
Gli anni Trenta passano senza scosse per Rimella e per il piccolo albergo che registra però nell'Album anche qualche lamentela perché "la strada è ripida e faticosa, manca ancora la luce elettrica". Già sappiamo che la carrozzabile si fermava alla frazione Grondo. Per la luce elettrica va detto che negli anni Trenta per iniziativa dell'avvocato Giuseppe Ubezzi è stata costruita al Grondo una piccola centrale per la produzione di energia elettrica utilizzando le acque del Landwasser. L'Azienda elettrica municipale fu gestita dalla famiglia Ubezzi della frazione Chiesa fino all'allacciamento alla rete regionale avvenuto nel 1967.
Altre fonti ci informano più in particolare sugli anni Trenta e sul coinvolgimento di Rimella nel conflitto.
Per gli anni Trenta dobbiamo notare una serie di provvedimenti relativi alla scuola: con deliberazione podestarile del dicembre 1927, V Era Fascista, si stabilisce di dedicare il nuovo edificio scolastico in via di ultimazione ai "Caduti per la Grandezza della Patria" e di far apporre sulla facciata una lapide con i nomi degli Eroi, fregiata dallo stemma sabaudo e dall'emblema del Fascio Littorio. Una delibera podestarile del marzo 1930 conferisce l'incarico di "maestra elementare" nella frazione S. Gottardo alla rimellese Teresa Cusa. Nel 1937 un'altra delibera podestarile del mese di dicembre istituisce la V classe elementare in Rimella precisando che detta classe deve essere dotata di carte geografiche di tutti i Continenti nonché di quelle dell'Africa Orientale.
Ma è stata la guerra a sconvolgere la vita del piccolo paese seminando paura e terrore nel 1944 quando Rimella si è trovata nel mezzo della lotta fra i partigiani di Moscatelli e i nazifascisti. Occupata prima dagli uni poi dagli altri, è stata oggetto di un bombardamento, fortunatamente senza vittime, nel marzo 1944, ma ha corso il rischio, successivamente, di essere messa a fuoco per rappresaglia dai fascisti che l'avevano occupata a loro volta e si è salvata grazie all'intervento del coraggioso parroco di allora, don Giuseppe Buratti prematuramente deceduto nel 1949, del quale i rimellesi conservano grata memoria. E' rimarchevole il fatto che il rimellese professor L. Rinoldi abbia portato a termine proprio nel 1943 il suo manoscritto sulla storia di Rimella.
Quanto sopra delineato si svolge in un quadro politico che potremo definire lineare. Ciò che in altri paesi del mondo e nell'Italia stessa contrassegnava drammaticamente la vita politica - lotta di classe, lotta fra i partiti - a Rimella aveva scarsa risonanza. Rileva A. Lovatto che "l'attaccamento alla Chiesa era certamente espressione del radicamento dei valori tradizionali. Gli atteggiamenti anticlericali, esplicitamente espressi così come posizioni politiche che tendevano verso un forte rinnovamento sociale, erano certamente minoritarie nella comunità rimellese tra guerra e dopoguerra". E a conferma cita i risultati del 2 giugno 1946 in cui "vengono espressi 212 voti per la Monarchia e 130 per la Repubblica". Sempre attenendosi ai risultati elettorali rileva inoltre che "l'adesione ai partiti cattolici era, a Rimella, notevole. Nel 1946 la Democrazia Cristiana raccolse il 57% dei consensi e nell'elezione del 18 aprile 1948 raggiunse addirittura il 70%.
La situazione socio-economica del paese rimane caratterizzata da grande povertà. Già nel 1930 in una relazione inviata al Prefetto di Vercelli veniva evidenziato come la situazione finanziaria del Comune di Rimella fosse preoccupante e dipendesse essenzialmente dal fatto che le spese ordinarie erano coperte con fondi straordinari e che era impossibile aumentare le entrate. La situazione appare ancora più grave nell'esposto inviato, sempre al Prefetto di Vercelli, in data 17/5/1946 dal Sindaco di Rimella Serafino Vasina allo scopo di ottenere agevolazioni per il paese. Nel testo, pubblicato integralmente su Remmalju, si dice che la popolazione da 965 abitanti nel 1922 è scesa a 665 e che la carrozzabile che la collega a Varallo è sempre ferma al Grondo, per cui le frazioni sono raggiungibili soltanto per erti sentieri e alcune, come S. Anna e S. Gottardo, con ben due ore di cammino. La scuola di S. Gottardo chiusa e i ragazzi costretti a percorrere sentieri pericolosi, causa la neve e le valanghe, per assolvere l'obbligo scolastico alla frazione Chiesa. Si fa presente inoltre che "il bilancio comunale basa essenzialmente sulla tassa bestiame che lassù si applica in modo forzatamente gravoso [...], l'annata agraria si riduce a pochi mesi e ha per prodotto solo patate e un taglio di fieno che non si fa prima di giugno [...]. L'inverno scorso fu particolarmente rilevante per la neve caduta e Rimella fu per diversi mesi bloccata senza viveri perché la Sepral si rifiutò di provvedere generi alimentari di riserva". Dopo aver ribadito che le famiglie, anche numerose con 6/7 figli, per sfamarsi vivono solo di polenta e di riso e che sul caro vita incidono le spese di trasporto, il Sindaco chiede "1°: l'abolizione dell'imposta sui redditi agrari; 2°: il beneficio della maggiorazione sulle imposte erariali; 3°: la costituzione di un magazzeno di riserva di generi alimentari per le necessità invernali; 4°: soccorso in denaro o in natura per le famiglie numerose e per i vecchi e inabili agricoltori che non sono più in grado di fare un lavoro redditizio [...]". Questo, secondo la testimonianza di un rimellese come il Sindaco Vasina, il quadro con cui Rimella si apre alla storia della seconda metà del secolo scorso. Ma in questo quadro così negativamente connotato continuava a vivere e a operare con ritmi di lavoro e tecniche collaudate da secoli di esperienza una gente ancora saldamente unita dalla lingua, il tittschu, che tutti parlano, dalla comune fede cristiana, dall'attaccamento alle proprie tradizioni e al proprio paese. La vita insomma ferve ancora nelle frazioni, nei campi, nei prati, nei boschi, negli alpeggi, lungo il torrente. Al Grondo, nella casa del "Prestiиo" (и sic!) si cuoce ancora il pane e il mulino macina ancora il mais per la farina con cui fare il magru.

Nella seconda metà del secolo tutto ciò va scomparendo lentamente ma inesorabilmente - anche in rapporto al calo della popolazione scesa dai 431 abitanti del 1961 ai 140 del 2001 - per lasciare il posto a forme di vita e attività diversamente impostate e con coraggio intraprese nonostante il persistere dei tradizionali pericoli come il fuoco, la neve e le alluvioni.
Nel 1960 infatti il Municipio, che accoglie anche la scuola, viene nuovamente e completamente distrutto da un incendio con tutti i documenti. La Giunta Comunale (sindaco Giovanni Termignone) stanzia immediatamente i fondi per la costruzione di un nuovo edificio che dovrà accogliere, con la scuola, anche un ambulatorio medico; l'opera sarà possibile anche per l'aiuto, continuo già negli anni Cinquanta, dell'On.le Giulio Pastore.
Nel 1961 un'alluvione distrugge il ponte della Madonna del Rumore che sarà ricostruito in tempi brevi grazie all'impulso dato al paese dalla costituzione in Rimella, nell'agosto di quell'anno, di una Pro Loco. Anima dell'iniziativa l'Avv. Luigi Ottone che riteneva tale associazione necessaria alla rinascita e allo sviluppo del paese. Diceva che per salvare la montagna bisognava renderla vivibile "con tutte le infrastrutture necessarie per una vita meno sacrificata e non, naturalmente, portare in montagna ciò che poteva rovinare la sua originalità e naturalezza".
Il problema delle infrastrutture era complesso: c'era il ponte alla Madonna del Rumore da ricostruire; c'era la carrozzabile dal Grondo alla Chiesa da far proseguire oltre alla Villa Inferiore dove era ferma; c'erano i problemi dell'acquedotto, dell'elettrodotto (l'allacciamento alla rete regionale avverrà per Rimella nel 1967), del telefono e quello dell'incentivazione del turismo. Per usufruire dei contributi per poter realizzare le proprie finalità, la Pro Loco di Rimella si iscrive all'Ente Provinciale del Turismo. Non solo, ma l'avvocato Ottone in rappresentanza della Pro Loco e in collaborazione con l'Amministrazione Comunale cui lo legava un ottimo rapporto, cominciò a portare, sempre con l'aiuto dell'On. Pastore, i problemi di Rimella al Ministero dei Lavori Pubblici oltre che alla Prefettura, all'Amministrazione Provinciale e al Genio Civile di Vercelli, al Consiglio della Valsesia, Comprensorio di Bonifica Montana. Ma non basta, perché a queste iniziative va aggiunto il primo grande incontro di Walser organizzato in Rimella il 15 settembre 1964 con la partecipazione di delegazioni di tutti i luoghi Walser della Svizzera, del Vorarlberg, del Liechtenstein e del Piemonte. Tralasciando le molte altre iniziative nel campo della prevenzione ed informazione sanitaria e quelle volte a valorizzare le tradizioni religiose e i bellissimo costume rimellese, dobbiamo ancora qui rilevare l'apertura in Rimella, sempre nel 1961 e accanto alle scuole elementari, di una Scuola Media, prima come corso di ascolto televisivo poi come scuola regolare distaccata dalla Scuola Media di Varallo dove i ragazzi andavano a sostenere l'esame di licenza alla fine del triennio. Sono gli anni in cui si intensificava l'interesse dei glottologi svizzeri per il tittschu rimellese e (1965) il professor M. Bauen iniziava il pluriennale lavoro di ricerca su questa lingua.
Nel 1969 termina la ricostruzione del Municipio concepita in modo moderno e anti-incendio. L'edificio ospiterà anche la scuola, l'ufficio postale e l'ambulatorio per il medico che vi si recava settimanalmente.
Nel marzo 1971 un'eccezionale nevicata isola Rimella per molti giorni interrompendo linee elettriche e telefoniche. Il fenomeno si ripete l'anno successivo sempre fra marzo e aprile con nevicate di oltre tre metri che tagliano il paese fuori dal mondo per un mese e mezzo, interrompendo ancora linee elettriche e telefoniche e rendendo impossibile per tre settimane ogni comunicazione con la frazione di S. Gottardo. Era parroco in quel tempo don Angelo Fortina che pensò si dovessero assicurare le comunicazioni mediante un ponte radio. Ma pensò anche, dopo aver notato il continuo esodo di giovani che, raggiunta la maggiore età, lasciavano il paese per cercare lavoro altrove come muratori, camerieri, cuochi, di dare loro lavoro in paese. Fu così che nacque nel luglio del 1976 la Società cooperativa Mettjene Chilcho s. r. l. per cablaggi elettronici in merito a bilance per uso chimico - farmaceutico e simili per la ditta Gibertini di Novate Milanese. La piccola fabbrica nei momenti di maggior sviluppo ha dato lavoro fino ad una ventina di giovani rimellesi, ridotti ad una decina negli ultimi tempi. Dopo i faticosi inizi nei locali della casa prepositurale di Rimella, la fabbrica ha oggi una sua sede in un edificio nuovo inaugurato nel 1979. L'iniziativa, che non è riuscita tuttavia né a fermare l'esodo dei giovani dal paese né ad impedire negli anni Novanta la chiusura delle scuole, può essere considerata il segno del nuovo porsi dell'economia del paese avviato, come sembra, anche ad attività imprenditoriali come il recente accordo del Comune con la Landwasser s. r. l. per la produzione di energie elettrica sfruttando le acque dei due torrenti rimellesi e verso il turismo. Viene meno infatti ogni giorno la pastorizia, già nerbo dell'economia del paese, e ridotta ormai, nella stagione estiva, a tre alpeggi governati esclusivamente da donne, dove si produce però ancora ottimo burro, formaggio e ricotta. Viene meno con la pastorizia anche la fienagione e la cura dei prati sostituiti in misura crescente dal bosco che, sulla riva destra del Landwasser e, ad eccezione di un fazzoletto di prato tagliato ancora dalla fedelissima Delia R., lambisce ormai il torrente e si mangia gli antichi sentieri che dal Grondo salgono all'Agaatsu e alla Res.
Il futuro di Rimella sembra quindi insistere proprio sul turismo per le risorse che il paese può offrire, ma sta già offrendo, con la valorizzazione di quanto è rimasto della ricca cultura walser oltre che della bellezza e del fascino di un territorio quasi incontaminato. Le modalità di tale valorizzazione sono parte integrante delle iniziative messe in atto dal Comune e da varie associazioni e si basano anche sulle possibilità date dal Parco Naturale dell'Alta Valsesia e dalla sezione etnografica del Museo che è in via di allestimento. C'è da notare comunque che nel paese sta profilandosi un nuovo turismo alimentato dall'inserimento di gente che proviene dalla pianura e anche dall'estero. Sono oriundi emigrati che ritornano per brevi periodi ma con continuità, e stranieri innamorati del luogo che, avendo acquistato e restaurato case e casere vendute con sempre maggiore frequenza dai rimellesi, vengono costituendo una nuova forma di ripopolamento del paese come risulta anche dall'inserimento di questi nuovi abitanti temporanei nelle stesse strutture amministrative del paese e nella partecipazione degli stessi alla gestione e alle attività delle Associazioni esistenti in loco.
C'è da rilevare infine, nonostante tutto, una certa vitalità del Comune ravvisabile nell'impegno per potenziare e ammodernare strutture e infrastrutture di pubblica utilità (acquedotto, rete fognaria, illuminazione, viabilità) e utilizzare in modo nuovo l'uso dell'acqua dei torrenti. A ciò vanno aggiunti gli atti amministrativi volti ad approvare gestioni associate della Val Mastallone con la Comunità Montana e le iniziative promosse dall'Ente Regione, dalla Provincia e dalla Comunità Montana stessa intese alla salvaguardia dei vari Comprensori. In questo quadro vanno inserite tutte le opere compiute per rendere più sicura la strada Varallo-Rimella: la sicurezza delle vie di comunicazione infatti è una delle condizioni per lo sviluppo del turismo su cui sembra che oggi la piccola Comunità debba puntare.

La comunità di Rimella versa comunque attualmente in una situazione critica. Già verso la prima metà del ‘900, come lamentava il ricordato Prof. Rinoldi, la comunità aveva dato segni di decadenza. Era prevedibile una grossa crisi: pastorizia e conservazione del territorio avrebbero dovuto essere sostenute in modo particolare in un mondo che si apriva ad una massiccia industrializzazione e creava uno squilibrio troppo forte. Così l'emigrazione, questa volta interna, portò la gente nelle città finitime di pianura. Il pendolarismo, si sa, comporta crisi nelle famiglie che, per riunirsi, finiscono per stabilirsi definitivamente nei luoghi di lavoro. Una svolta in questo lento decadere sembra essersi defilata col sorgere in Rimella, tre lustri fa circa, del Centro Studi Walser che ha contribuito a ridare alla gente l'orgoglio della propria lingua e della propria identità anche con l'organizzazione di incontri incentrati e sulla lingua e sulla storia del paese. Purtroppo sono rimasti in pochi e, oltre ai fine settimana, solo in occasione di qualche grande festività religiosa o ricorrenza civile, il paese si ripopola. Le scuole, già fiorenti fino alla metà del secolo scorso, non esistono più. I bambini (tre in tutto, di cui una in età scolare) devono essere trasportati, con grave disagio specie nei mesi invernali, nel paese più vicino a 9 Km. di distanza circa; i giovani, affascinati dalla vita più facile e godereccia della città, sono scarsamente motivati a mantenere le tradizioni, imparare e parlare la lingua, coltivare la propria storia e curare la fisionomia del loro paese.
Attualmente non c'è più crisi economica perché sono bravi muratori e guadagnano bene inoltre, siccome diverse case cominciano ad essere vendute, c'è la possibilità di lavorare in loco nelle opere di ristrutturazione e anche nella costruzione e manutenzione della viabilità.
I residenti nel Comune sono attualmente 120, ma gli abitanti stabili solo una sessantina. Rimane il fatto che il Comune dispone di scarse risorse finanziarie.


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